Home » Matteo Fusco: «Nelle aziende l’open innovation accelera la sostenibilità»

Matteo Fusco: «Nelle aziende l’open innovation accelera la sostenibilità»

di Elisa Marasca
COVER_DA LINKEDIN_matteo_fusco
Beople un’azienda italiana specializzata in business design, impegnata in maniera prioritaria in progetti che abbiano a cuore le persone, gli ecosistemi e l’ambiente. Ce ne parla il suo fondatore.

 

Matteo Fusco, CEO di Beople, ha fondato l’azienda nel 2010. La sua missione è aiutare imprese e organizzazioni a innovare i modelli di business in chiave moderna, circolare e sostenibile per rispondere alle sfide del presente ma anche e soprattutto a quelle del futuro. «In ogni nostro progetto, la sostenibilità è strettamente legata all’innovazione e in particolare alla capacità per le imprese di attivare percorsi virtuosi anche attingendo alla ricchezza esterna, grazie alla collaborazione di partner istituzionali. E l’open innovation è un fattore di accelerazione per la sostenibilità», spiega.

Che cos’è e quali sono i principali vantaggi che l’open innovation offre alle organizzazioni?

Allo stato attuale le organizzazioni si trovano ad affrontare sfide molto complesse, come l’integrazione della tecnologia oppure la sfida della sostenibilità. Rispetto al passato almeno dal nostro osservatorio, non hanno tutte le risposte all’interno della loro organizzazione quindi attraverso l’open innovation si allarga la conoscenza dell’organizzazione, aprendola a terze parti e ricevendo un contributo in termini di competenze e idee. Quindi diciamo che si creano dei contenitori – che possono essere occasionali oppure strutturali – attraverso i quali si mettono in contatto le organizzazioni con professionisti esterni o altre aziende che portano e scambiano valore con l’organizzazione stessa. Oltre all’accesso a una conoscenza che magari non è ancora matura all’interno dell’impresa, si creano anche delle sinergie tra i partecipanti e quindi spesso si possono creare delle collaborazioni o delle partnership all’interno del processo. Un altro vantaggio è che la dinamica dell’interazione è progettata, quindi più efficiente. Quello che può essere un processo di innovazione più casuale in questo caso viene veicolato all’interno di contenitori di format che hanno delle regole, degli spazi e dei tempi predefiniti. Questo fa sì che poi di fatto si producano degli output in pochissimo tempo. Una tipica attività di open innovation è il cosiddetto “hackathon” (ovvero una “maratona” creativa) dove ci si concentra e in un determinato tempo si danno delle regole e degli strumenti per poter collaborare.

A proposito di progettazione, al vostro modello hanno partecipato più di 100 business designer. Di che cosa si occupano? Che cosa favorisce la collaborazione tra diverse entità per promuovere la sostenibilità?

Nel nostro modello di collaborazione cerchiamo di favorire una dinamica win win: questo è il fattore critico di successo, per cui abbiamo diversi attori che coesistono e ognuno trae un vantaggio da questa interazione. I business designer sono dei professionisti che hanno una professionalità pregressa ma che scelgono di formarsi all’interno del nostro percorso per integrare i nostri metodi alla loro esperienza. Offriamo loro la possibilità di mettere in pratica la formazione su dei casi reali interagendo direttamente con delle imprese, così si amplia il supporto rispetto alle risorse interne di Beople. Allo stesso tempo c’è un terzo soggetto che si muove all’interno di questo ecosistema, che è solitamente un ente, un’istituzione o un’organizzazione datoriale (dalla Camera di Commercio alla Confcommercio, Confartigianato, Confindustria, ecc.) e che attraverso questa interazione offrono un nuovo servizio ai loro associati. Così portiamo all’interno di una Camera di commercio, per esempio, un acceleratore per fare open innovation. Spesso, se l’ente è pubblico, anche in forma gratuita. Le imprese possono così ricevere un supporto che è molto vicino a quello consulenziale, proprio perché attraverso i business designer che riusciamo a coinvolgere ogni impresa di fatto viene seguita in modalità one to one. In un laboratorio tipo, dove ci sono più imprese che partecipano, ognuna ha un tavolo di lavoro fatto dai membri dell’impresa più almeno un business designer della nostra Academy che facilita il processo, e noi supervisioniamo tutto quello che è poi l’acceleratore stesso.

Ci fa un esempio di successo di un programma di accelerazione che avete guidato focalizzato sull’economia circolare? Quali sono state le chiavi di questo successo?

Con la Camera di Commercio di Chieti e Pescara abbiamo dato vita a un acceleratore verticale sull’economia circolare: il 15 aprile 2024 è in programma la quarta edizione. Su questo specifico caso abbiamo coinvolto più di 30 imprese. Una delle cause dell’alta partecipazione è stata l’autorevolezza dell’ente, che facilita l’incontro tra domanda e offerta perché ha accesso a tutte le imprese che fanno parte del suo territorio e quindi può veicolare molto semplicemente le informazioni, ma allo stesso tempo può anche fare un’operazione di creazione di consapevolezza anche a chi è un po’ più indietro rispetto a questo tema. Inoltre questi percorsi con enti pubblici, come già accennato, sono gratuiti o a prezzi estremamente calmierati. Poi c’è un altro fattore che è la concentrazione territoriale, perché in quel caso stiamo parlando di una provincia, quindi le imprese che partecipano sono tutte vicine. Come terzo aspetto la Camera di Commercio attraverso i partner permette di dare seguito a quello che è emerso da nostri percorsi, per esempio la possibilità di accedere a bandi di finanziamento per l’economia circolare, quindi c’è tutto un ecosistema che si amplifica intorno all’attore istituzionale, molto di più rispetto a un soggetto privato.

TEAM FUSCO

Come misurate e valutate l’impatto dei vostri programmi di accelerazione sulle aziende che scelgono un percorso di economia circolare?

In ogni percorso di accelerazione noi abbiamo una metrica qualitativa, per cui facciamo fare un self assessment all’impresa in ingresso, che poi ripete al termine del percorso. L’azienda valuta quindi il proprio livello di maturità rispetto all’economia circolare in ingresso e il potenziale che avrebbe se concludesse la soluzione progettata durante l’acceleratore. Non c’è un audit come nei processi per prendere una certificazione, però hanno la percezione di quali sono i punti di miglioramento. Iniziano il percorso cercando di capire quali sono i problemi più importanti da risolvere all’interno della propria organizzazione, e poi sviluppano soluzioni per esempio di costruzione di nuovi prodotti o servizi sostenibili. Anche i nostri partner fanno dei colloqui all’inizio per valutare chi partecipa a questi percorsi, ma soprattutto delle verifiche post acceleratore per valutare l’impatto, la qualità e l’efficacia degli interventi che sono stati proposti. E da ultimo noi riceviamo delle segnalazioni di best practice o premi ricevuti.

In che modo tenete conto delle caratteristiche specifiche delle diverse organizzazioni coinvolte, considerando la loro dimensione e settore di attività? Per esempio nell’ambito della plastica.

La natura del nostro intervento non è vincolata a particolari ambiti, lavoriamo più sul modello di business. Nove volte su dieci partecipano aziende che vengono da settori differenti, ed è proprio lo scambio che porta effettivamente il valore aggiunto. Quello che per noi cambia è più che altro il livello di maturità dell’impresa rispetto alle tematiche, in questo caso di economia circolare. Quello che noi facciamo è cercare non tanto di mettere tutte le aziende che fanno una determinata attività in un acceleratore, ma tutte le aziende che hanno un livello di maturità simile all’interno di percorsi che siano adeguati per loro. Tendiamo proprio a contaminare i settori per evitare che ci sia innanzitutto un problema di riservatezza e poi soprattutto una fissità rispetto alle soluzioni. E per andare incontro a esigenze particolari abbiamo due modalità. Inizialmente l’ente con cui collaboriamo lancia una call a tutte le imprese del territorio di riferimento, poi c’è uno screening di candidatura con una valutazione che facciamo assieme all’ente. Quindi si forma la “classe” a seconda dei percorsi: possono essere 8, 10, 12 partecipanti. Avendo l’elenco delle imprese e le informazioni specifiche riusciamo a fare delle valutazioni prima di iniziare il percorso di accelerazione, abbinando i business designer alla singola organizzazione. Le lezioni sono dei workshop che seguono una sequenza con intervalli, e tra una sessione e l’altra c’è la possibilità di fare dei check point con il cliente e andare a verificare le informazioni emerse da un brainstorming in maniera molto veloce e che necessitano di approfondimento.

 

Elisa Marasca

Ti potrebbe piacere

Lascia un commento